martedì 5 luglio 2011

Considerazioni su dei Film Italiani in Sala


Parlo ovviamente dei film "di genere". E mi riferisco nello specifico a "6 Giorni sulla Terra" di Varo Venturi (fantascienza) e a "Hypnosis" di Simone Cerri Goldstein e Davide Tartarini (thriller-horror con influenze avatiane e carpenteriane).

Perchè sono delle merdacce:
- Non si capisce un cazzo. Soprattutto del film di real-scienza (!!!) del buon Varo. Confusione pressochè assoluta.
- I dialoghi. "I tuoi figli nasceranno con teste di cani!" e ho detto tutto.
- La recitazione. C'è una scena in "Hypnosis" che è da pianger dal ridere. C'è una vecchia che... No, vabbè, non bisogna rovinarsela.
- Montaggio? Questo sconosciuto. Ritmo assente nel primo, spaventi da anticipazione esagerata nel secondo.
- Italianità. Invendibili all'estero, c'è puzza di provincia (e non quella avatiana) lontana un miglio.
- Sto male. Sto male.

Mi sono accanito col povero "Hypnosis" ma in realtà la merda in testa avrebbe dovuto averla specialmente il film di Venturi. C'è da dire che entrambi provano a dire qualcosa di nuovo nel panorama italico, ma solo "H." lo fa con genuino amore per il cinema (ovviamente l'Uci che l'ha distribuito in lungo e in largo perchè una location del film è proprio uno dei multisala della catena).

"6 Giorni sulla Terra" è pura propaganda alle teorie del professor Malanga (qua un monologo di cinque ore in cui spiega il Tutto).

Ho capito sperimentare, ma perlomeno farlo decentemente?

Un po' mi dispiace per entrambi. Ma quando ce vò ce vò.

giovedì 23 giugno 2011

Recensione: Drive (2011)


"A real human being, and a real hero": Winding Refn ci conduce lungo strade che, nello loro luminosa e sacra semplicità, ci investono di una straordinaria potenza emotiva.

La nitidezza di una regia composta, narrativamente sopraffina, sommessa, ma enorme, si accompagna allo stupendo policromatismo di una messinscena di prorompente eleganza e di pacata violenza, in cui è la musica (incredibile) a frastornare il cuore, come se ascoltassimo le nostre canzoni e vedessimo le nostre storie.

Crimine e amore si imprimono definitivamente, come una ferita profonda, sullo spettatore, stravolto e felicemente appagato dell'esasperata partecipazione emotiva cui è sottoposto: le straordinarie sequenze (di inseguimento, d'azione, d'amore) si susseguono in una mitopoiesi totale del Guidatore che emerge dalla potenzialità del clichè come eroe di una nuova era.

Ed è la dolce freddezza di un Ryan Gosling granitico a garantire la scultorea firma di un Film capace, finalmente, di parlare non più alla razionalità, ma al cuore.

Sono consapevole dell'evidente scarsezza di questa recensione, ma è impossibile parlarne obiettivamente. Quando si esce dalla sala col cuore in gola e le lacrime agli occhi, non si può parlare con la testa. 
Un film che ti fa rinnamorare del Cinema e dell'arte di creare emozioni, brividi, partecipazione.
Davvero.

EDIT: Due clip per entrare nel mood.





E vabbè...

venerdì 10 giugno 2011

Recensione: Melancholia (2011)


Sconfortante e scomodante proiezione di futuribili catastrofi, annichilente inevitabilità di predestinazioni: in quella che è la sua Fin Absolue du Monde, Von Trier, (in)castra, in un inequivocabile e disperato dittico con la sua precedente opera (lirica), la scrosciante grandine dell'inconscio femminile e l'infantile pochezza dell'avvilente universo (?) maschile (il campo medio del marito seduto, seminudo, sul letto matrimoniale è di una potenza esemplificativa strepitosa) confinando lo spazio (umano) con opprimenti volti ravvicinati che lasciano il Vuoto, ingombrano il quadro, soffocano.

La bipartizione secca dello scontro tra due pianeti lontani ma prossimi alla collisione (interpretazioni da premio quelle di Kirsten Dunst e di Charlotte Gainsbourg) è risolta con graduale messa a fuoco del rapporto di grandezza tra le parti, profeticamente preannunciata nell'esasperato e cripticamente desolato prologo di gravosa veemenza da romanticismo ottocentesco e coadiuvata dall'utilizzo protratto e (non più) dogmatico del montaggio (impetuoso, asfissiante) e della macchina a mano.

Ed è l'arida prospettiva (mancante) di una qualsivoglia via di fuga (sia essa il rapporto di coppia, l'amore, la famiglia, il lavoro) che, nietzscheanamente, permette di accettare la sublime tragicità della vita. E di subire, consapevoli e desiderosi, la potenza, catartica, della (nostra) Natura.