domenica 17 luglio 2011
Letteraturagrafica - "Glaucos" di Akio Tanaka (2004)
Il mare è l'origine, punto di partenza e di ritorno: l'acqua circonda e svela occultamente, nelle profondità, ciò che non può emergere in superficie. L'Oltre.
Il rapporto Ma(d)re-Figlio, tratteggiato con piani scuri e chiari che, divisi, si conformano in uno spazio extra-terreno, trova il suo compimento nella ricerca di un equilibrio attraverso il suo opposto, alimentato dall'irruenza di figure nuove nel mondo del giovane protagonista, figure archetipe il cui spessore è delimitato dal contatto diretto con un essere speciale, un figlio del mare.
Frastornante e placida, la Natura, ricca e vicina, dettagli e disegni che acquistano massa evanescente ma pesante, come la luce del sole che investe un corpo divenuto anonimo, accolto in un abbraccio totalizzante.
In quattro volumi-stagioni, ciclo del tempo e della vita.
Buon manga in quattro volumi che si trovano a cinque euro l'uno. Disegni spettacolari di Akio Tanaka.
martedì 5 luglio 2011
Considerazioni su dei Film Italiani in Sala
Parlo ovviamente dei film "di genere". E mi riferisco nello specifico a "6 Giorni sulla Terra" di Varo Venturi (fantascienza) e a "Hypnosis" di Simone Cerri Goldstein e Davide Tartarini (thriller-horror con influenze avatiane e carpenteriane).
Perchè sono delle merdacce:
- Non si capisce un cazzo. Soprattutto del film di real-scienza (!!!) del buon Varo. Confusione pressochè assoluta.
- I dialoghi. "I tuoi figli nasceranno con teste di cani!" e ho detto tutto.
- La recitazione. C'è una scena in "Hypnosis" che è da pianger dal ridere. C'è una vecchia che... No, vabbè, non bisogna rovinarsela.
- Montaggio? Questo sconosciuto. Ritmo assente nel primo, spaventi da anticipazione esagerata nel secondo.
- Italianità. Invendibili all'estero, c'è puzza di provincia (e non quella avatiana) lontana un miglio.
- Sto male. Sto male.
Mi sono accanito col povero "Hypnosis" ma in realtà la merda in testa avrebbe dovuto averla specialmente il film di Venturi. C'è da dire che entrambi provano a dire qualcosa di nuovo nel panorama italico, ma solo "H." lo fa con genuino amore per il cinema (ovviamente l'Uci che l'ha distribuito in lungo e in largo perchè una location del film è proprio uno dei multisala della catena).
"6 Giorni sulla Terra" è pura propaganda alle teorie del professor Malanga (qua un monologo di cinque ore in cui spiega il Tutto).
Ho capito sperimentare, ma perlomeno farlo decentemente?
Un po' mi dispiace per entrambi. Ma quando ce vò ce vò.
giovedì 23 giugno 2011
Recensione: Drive (2011)
"A real human being, and a real hero": Winding Refn ci conduce lungo strade che, nello loro luminosa e sacra semplicità, ci investono di una straordinaria potenza emotiva.
La nitidezza di una regia composta, narrativamente sopraffina, sommessa, ma enorme, si accompagna allo stupendo policromatismo di una messinscena di prorompente eleganza e di pacata violenza, in cui è la musica (incredibile) a frastornare il cuore, come se ascoltassimo le nostre canzoni e vedessimo le nostre storie.
Crimine e amore si imprimono definitivamente, come una ferita profonda, sullo spettatore, stravolto e felicemente appagato dell'esasperata partecipazione emotiva cui è sottoposto: le straordinarie sequenze (di inseguimento, d'azione, d'amore) si susseguono in una mitopoiesi totale del Guidatore che emerge dalla potenzialità del clichè come eroe di una nuova era.
Ed è la dolce freddezza di un Ryan Gosling granitico a garantire la scultorea firma di un Film capace, finalmente, di parlare non più alla razionalità, ma al cuore.
Sono consapevole dell'evidente scarsezza di questa recensione, ma è impossibile parlarne obiettivamente. Quando si esce dalla sala col cuore in gola e le lacrime agli occhi, non si può parlare con la testa.
Un film che ti fa rinnamorare del Cinema e dell'arte di creare emozioni, brividi, partecipazione.
Davvero.
EDIT: Due clip per entrare nel mood.
E vabbè...
venerdì 10 giugno 2011
Recensione: Melancholia (2011)
Sconfortante e scomodante proiezione di futuribili catastrofi, annichilente inevitabilità di predestinazioni: in quella che è la sua Fin Absolue du Monde, Von Trier, (in)castra, in un inequivocabile e disperato dittico con la sua precedente opera (lirica), la scrosciante grandine dell'inconscio femminile e l'infantile pochezza dell'avvilente universo (?) maschile (il campo medio del marito seduto, seminudo, sul letto matrimoniale è di una potenza esemplificativa strepitosa) confinando lo spazio (umano) con opprimenti volti ravvicinati che lasciano il Vuoto, ingombrano il quadro, soffocano.
La bipartizione secca dello scontro tra due pianeti lontani ma prossimi alla collisione (interpretazioni da premio quelle di Kirsten Dunst e di Charlotte Gainsbourg) è risolta con graduale messa a fuoco del rapporto di grandezza tra le parti, profeticamente preannunciata nell'esasperato e cripticamente desolato prologo di gravosa veemenza da romanticismo ottocentesco e coadiuvata dall'utilizzo protratto e (non più) dogmatico del montaggio (impetuoso, asfissiante) e della macchina a mano.
Ed è l'arida prospettiva (mancante) di una qualsivoglia via di fuga (sia essa il rapporto di coppia, l'amore, la famiglia, il lavoro) che, nietzscheanamente, permette di accettare la sublime tragicità della vita. E di subire, consapevoli e desiderosi, la potenza, catartica, della (nostra) Natura.
lunedì 6 giugno 2011
La Retrospettiva del Mese - Simon Rumley
Del mese? Ormai rimane solo il nome altisonante e ridondante e che suona bene.
SIMON RUMLEY: L'ORRORE DELLA CONCRETEZZA
La malattia, il cancro, il sentirsi vivi, ritratti di tangibili esperienze. Rumley porta di peso i suoi ricordi e li trasfigura in film dell'orrore atipici, strani, diversi, in interrogativi obbligati e perentori, impossibili da scansare.
TLTD - THE LIVING AND THE DEAD (2006)
![]() |
| Copertina del dvd italiano. |
Nuclei familiari come quadri scaraventati con violenza al suolo: spezzati, infranti, che è possibile rincollare ma la cui unità originaria (?) non tornerà mai. La malattia frantuma la cornice, e il linguaggio non può che seguirne la carcassa, in un'escalation drammaticamente lucida.
Cavalletto, pianoforte, accoglienti e amorevoli.
Primi piani, spaccatimpani, a schiaffo, isterici.
L'accento inglese ci rimanda alle commedie umoristiche del Regno Unito, il montaggio al primo Tsukamoto: l'instabilità da diegetica diventa extradiegetica, la coincidenza tra istanza narrante e mondo narrativo è sviluppo stesso della vicenda.
Una foto color seppia, sbiadita, ed un sogno sovraesposto, luminosissimo; l'alba giunge e l'oscurità permane per poi sparire nel tramonto; strepitoso, Leo Bill, nel ruolo del figlio ritardato, il cui ruolo cambia con l'avanzare dei minuti, ci impone uno sforzo di distacco/immedesimazione che ha del formidabile. Sentirsi necessari per sentirsi vivi.
" [...] His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead."
James Joyce (da 'Gente di Dublino')
RED, WHITE & BLUE (2010)
Rosso: la carne, la passione, il sangue. Materialità di polvere, di granelli che, in volo nell'aria, si incontrano, scontrandosi. E la forza dello scontro li allontana. Il jump cut, la struttura, la macchina mai ferma osservano i personaggi e le loro emotività impetuose e devastanti.
Bianco: l'innocenza e il giudizio. L'azione e il controcampo, nei rapporti di coppia, nella famiglia: il quadro abbraccia, il gesto ha senso solo nella sua rappresentazione totale. La madre malata con il figlio bisognoso, chi si ama davvero, vivere un sentimento all'interno di una casa, e dentro al proprio corpo (rosso), e qui sentirsi finalmente vivi. Dormire.
Blu: giustizia e libertà. Come il cielo, essere quello che si è, il proprio passato. Una famiglia? Il fuoricampo brucia il tempo della fruizione, reale, in piano sequenza. E ancora il pianoforte, "distorto", spiega la lettura dell'inevitabile fatalità del destino.
E la bandiera dai tre colori continua a sventolare.
In definitiva, Simon Rumley, nel "disidratato" della sua rappresentazione (mai retorica), risulta tappa a cui sostare, se si vuole toccare con mano l'orrore vicino, del concreto.
Microretrospettiva, ma a sto giro va così.
Con calma si arriva. Gradualmeeeente.
Blu: giustizia e libertà. Come il cielo, essere quello che si è, il proprio passato. Una famiglia? Il fuoricampo brucia il tempo della fruizione, reale, in piano sequenza. E ancora il pianoforte, "distorto", spiega la lettura dell'inevitabile fatalità del destino.
E la bandiera dai tre colori continua a sventolare.
In definitiva, Simon Rumley, nel "disidratato" della sua rappresentazione (mai retorica), risulta tappa a cui sostare, se si vuole toccare con mano l'orrore vicino, del concreto.
Microretrospettiva, ma a sto giro va così.
Con calma si arriva. Gradualmeeeente.
sabato 4 giugno 2011
Ineditime: Zoo (2007)
Kenneth Pinyan, deceduto dopo aver avuto un rapporto anale con un cavallo: arduo non cadere nelle facili scappatelle dell'exploitation di basso profilo, difficile trattare l'argomento (zoofilia) evitando mezz(ucc)i come l'ironia o lo scandalo moralistico.
L'eleganza sopraffina del 16mm ascolta le testimonianze, tenendosi presente, scegliendo di non mettersi in disparte, inscenando e interpretando la visione propria dei protagonisti, la loro morale, il loro amore, vero e supposto.
Robinson Devor, recuperando le (reali) interviste audio ai protagonisti della vicenda, specchia un flusso temporale (dis)continuo che, dalla bipartizione evidente tra suono (ininterrotto, proseguito) e immagine (ricca di ellissi, di salti), si fa ricordo, esperienza (smodato l'uso del ralenti non come enfasi ma come fissante, che enfatizza).
Il tempo della narrazione, la fotografia pittorica e curatissima, quasi poetica, le brevi panoramiche degli ambienti, la collisione tra luce nascosta e buio visibile, elementi di ulteriore forza di aneddoti disturbanti, scenografie putrescenti, psicologie deviate: parallele amalgamate, apparentemente lontane ma unite, in un singolo disegno i cui piani sovrapposti rendono maggiore lo spessore destabilizzante, come in un abbraccio non ricambiato.
Documentario di alto livello.
So che la metà di chi capiterà su questo post vorrà un bel pornazzo o un film disturbante con sesso con i cavalli e roba simile.
Beh, sulla rete si trovano le imprese filmate di Kenneth aka Mr.Hands.
A me interessa il cinema.
L'eleganza sopraffina del 16mm ascolta le testimonianze, tenendosi presente, scegliendo di non mettersi in disparte, inscenando e interpretando la visione propria dei protagonisti, la loro morale, il loro amore, vero e supposto.
Robinson Devor, recuperando le (reali) interviste audio ai protagonisti della vicenda, specchia un flusso temporale (dis)continuo che, dalla bipartizione evidente tra suono (ininterrotto, proseguito) e immagine (ricca di ellissi, di salti), si fa ricordo, esperienza (smodato l'uso del ralenti non come enfasi ma come fissante, che enfatizza).
Il tempo della narrazione, la fotografia pittorica e curatissima, quasi poetica, le brevi panoramiche degli ambienti, la collisione tra luce nascosta e buio visibile, elementi di ulteriore forza di aneddoti disturbanti, scenografie putrescenti, psicologie deviate: parallele amalgamate, apparentemente lontane ma unite, in un singolo disegno i cui piani sovrapposti rendono maggiore lo spessore destabilizzante, come in un abbraccio non ricambiato.
Documentario di alto livello.
So che la metà di chi capiterà su questo post vorrà un bel pornazzo o un film disturbante con sesso con i cavalli e roba simile.
Beh, sulla rete si trovano le imprese filmate di Kenneth aka Mr.Hands.
A me interessa il cinema.
giovedì 2 giugno 2011
Recensione: The Ubaldo Terzani Horror Show (2010)
Gabriele Albanesi, dopo "Il Bosco Fuori", sforna il suo secondo sfilatino speziato: Stivaletti agli effetti speciali, strizzatine d'occhio al cinefilo (da Bava alla Rarovideo), camei familiari (Manetti e Flaminio Maphia a rapporto) e chiaramente qualche bello squartamento old school.
Operazione revival ma, nel piatto, rimane ben poco per cui essere sazi: un pass(ettin)o in avanti nella cura tecnica, ma non basta, urge un salto di qualità definitivo, e la fotografia monocorde (a parte qualche verde argenteo qua e là) insieme alla scarnezza del digitale e al comparto attoriale deficitario (insalvabile pure Ubaldo) ne è la mogia copertina.
Plauso alla battuta finale del produttore che chiude il cerchio (interessante) che aveva il suo reale presente all'inizio della vicenda (autobiografia annunciata); il resto, tra mediocrità e scontatezza, purtroppo, e duole dirlo, dà un immediato effetto post-eccessi-da-festa-vip: occhio all'amnesia a breve termine.
domenica 29 maggio 2011
Ineditime: Aragami e 2LDK (2003)
"Girare un lungometraggio in sette giorni, con due attori principali, un duello mortale, in una singola location": una provocazione del produttore Shin'ya Kawai ai due nipponici registi Ryuhei Kitamura e Yukihiko Tsutsumi. E nasce il Duel Project.
2LDK di Yukihiko Tsutsumi
L'instabilità dei rapporti obbligati deforma la visione del tutto: la regia, dettagliatamente alienante, divide le due opposte coinquiline chiuse nello stesso microscopico appartamento (2LDK, un termine giapponese che indica "Two (Bedrooms), Living, Dining, Kitchen"); la loro (dis)somiglianza trova compimento nell'esplosione pacatamente controllata (?) di violenza fisica, in cui gli schemi fissati si rompono definitivamente (l'irruzione in campo è permessa).
Tsutsumi esplicita il (suo) pensiero: l'Ambiente è il terzo personaggio, causa, conseguenza e deus ex machina della vicenda, chiave di volta e punto di non ritorno. Alterato il personaggio, si altera la percezione stessa di spazio-tempo (dilatato), del senso di colpa (annullato), dell'umanità (dimenticata).
Angosciato e scorrevole.
Aragami di Ryuhei Kitamura
Passa da incredulo a divinamente illuminato, il protagonista di Aragami: la mitologia, sapientemente metabolizzata, non è più atta a spiegare al popolo, ma a far aprire gli occhi agli eletti, a coloro che sono pronti ad apprendere ed andare al-di-là. Proprio quando si agisce si comprende: il dialogo è una beffa, la violenza è la via per trascendere.
Ed è qui che Ryuhei si lascia andare, dopo la compostezza riflessiva (?!) della prima parte (la fotografia ne è l'emblema): carambole funamboliche, scintille, pistole, spade, musica elettronica e rock, e via discorrendo che, in un'operazione simile, non possono che fondare il senso stesso del film.
Tamarrata finale immancabile: gustoso.
In definitiva, un progetto interessante, veloce, che non annoia. Farà la storia dell'underground.
Ogni riferimento è puramente casuale.
PS: Forse ho mentito, Wikipedia dice che in Italia, 2LDK è uscito. Vabbè.
2LDK di Yukihiko Tsutsumi
L'instabilità dei rapporti obbligati deforma la visione del tutto: la regia, dettagliatamente alienante, divide le due opposte coinquiline chiuse nello stesso microscopico appartamento (2LDK, un termine giapponese che indica "Two (Bedrooms), Living, Dining, Kitchen"); la loro (dis)somiglianza trova compimento nell'esplosione pacatamente controllata (?) di violenza fisica, in cui gli schemi fissati si rompono definitivamente (l'irruzione in campo è permessa).
Tsutsumi esplicita il (suo) pensiero: l'Ambiente è il terzo personaggio, causa, conseguenza e deus ex machina della vicenda, chiave di volta e punto di non ritorno. Alterato il personaggio, si altera la percezione stessa di spazio-tempo (dilatato), del senso di colpa (annullato), dell'umanità (dimenticata).
Angosciato e scorrevole.
Aragami di Ryuhei Kitamura
Passa da incredulo a divinamente illuminato, il protagonista di Aragami: la mitologia, sapientemente metabolizzata, non è più atta a spiegare al popolo, ma a far aprire gli occhi agli eletti, a coloro che sono pronti ad apprendere ed andare al-di-là. Proprio quando si agisce si comprende: il dialogo è una beffa, la violenza è la via per trascendere.
Ed è qui che Ryuhei si lascia andare, dopo la compostezza riflessiva (?!) della prima parte (la fotografia ne è l'emblema): carambole funamboliche, scintille, pistole, spade, musica elettronica e rock, e via discorrendo che, in un'operazione simile, non possono che fondare il senso stesso del film.
Tamarrata finale immancabile: gustoso.
In definitiva, un progetto interessante, veloce, che non annoia. Farà la storia dell'underground.
Ogni riferimento è puramente casuale.
PS: Forse ho mentito, Wikipedia dice che in Italia, 2LDK è uscito. Vabbè.
giovedì 26 maggio 2011
Letteraturagrafica - "Il Gusto del Cloro" di Bastien Vives (2008)
Un silenzioso verde acqua avvolge una semplice storia tra due ragazzi che si incontrano. Bastien Vives carica i vuoti della piscina (unica location e metafora stessa del rapporto amoroso) con sottilissime linee incerte ma calme, rallentate, mai sfumate.
Il movimento è il linguaggio; la parola, nonostante la sua importanza (connotata dalla sua scarsa presenza), è subordinata all'azione, scende nel (pro)fondo, a toccarlo, a scoprirne il volto (di Sais?), a riemergerne, e a comprenderlo poco alla volta, col tempo.
E le espressioni e i visi, svelati dai colori filtrati e dal tratto scarno, dalle posizioni, dalla precisione frammentariamente unitaria nella rappresentazione dei movimenti, così fluidi da sembrare liquidi ed eterei, lievi ed eterni, evidenti ed ambigui.
Il cuore ne giova. Sopra e sotto il livello dell'acqua.
Qui sopra le prime pagine in anteprima (direttamente dal sito della Blackvelvet), con cui farsi un'idea di questa meraviglia: purtroppo son diciotto cocuzze, ma con Amazon ve la cavate a molto meno.
sabato 21 maggio 2011
Considerazioni su Von Trier Nazista (?)
Festival di Cannes 2011, il controverso regista danese Lars Von Trier dichiara "Capisco Hitler" e altre amenità simili. La Dunst seduta di fianco al controverso panzuto sembra sconvolta, non sa come giustificarlo. I giornalisti sono silenziosamente sconvolti. Il giorno dopo viene cacciato.
Ovviamente un bel ricamino non poteva mancare: le testate esordiscono con "Von Trier nazista!", "Shock!", "Elogi ad Hitler!"... Hanno tutte le ragioni del mondo ma:
1) Sanno tutti che Lars è un cazzone controverso che provoca sempre a raffica e porta acqua al suo mulino;
2) La metà delle cose che dice non le prende sul serio e le dice scherzando o dandogli pochissimo peso;
3) I danesi non sono famosi per il loro senso dell'umorismo.
Da condannare? Decisamente sì, ma crocifiggere un povero panzone per un'uscita poco felice ed infantile, mi sembra un tantinello esagerato... Vabbè, ma parliamo di cinema: godiamoci il trailer del suo nuovo (sicuramente, e controverso) capolavoro, "Melancholia".
Perlomeno è ancora in gara. Potrà vincere qualcosa? Ehmmm...
Non sto difendendo le sue dichiarazioni. Sto dicendo che è un'evidente battuta riuscita malissimo. Come lui non prende sul serio noi, non capisco perchè dovremmo fare altrettanto.
Aspettative a mille per il catastrofico, anyway.
sabato 14 maggio 2011
Recensione: Con gli Occhi dell'Assassino (2010)
Vedere attraverso gli occhi di una cieca: la (non) visione di Morales si concretizza in sfumature a nero, in (necessarie) sequenze al buio e sonoro visivo, in soggettive tra buio ricercato e oscurità obbligata, trapiantandoci la prospettiva diegetica della protagonista.
Le ombre, simbolo e realtà, illuminano il quadro ed emergono, si celano (nella seconda parte) e si mostrano, sono protagoniste e comparse di un mondo che, a sua volta, nasconde: seguita alla perfezione la lezione del thriller soprannaturale-investigativo-sentimentale con protagonista femminile (brava Belen Rueda, attrice principale del cugino iberico "The Orphanage").
domenica 8 maggio 2011
The O'Games - Fury 3
FURY 3 (1995)
Passo in rassegna i titoli suddivisi per categorie e vivo l'Eden effimero. E mi stufo.
Annoiato, installo 'sto gioco. In realtà non me n'è mai fottuto nulla della simulazione aerea (rifuggevo come lo sterco "Flight Simulator", pensando fosse il male incarnato), però chissà perchè questo mi attirava.
Astronavi futuristiche che bazzicano per paesaggi sterminati e anni Novanta, con i pixel grossi come macigni delle Galapagos che si manifestano sia nelle esplosioni (rigorosamente bicolore) che negli sfondi cyberpunk su cui si schiantava per la velocità eccessiva del gioco...
Gli effetti sonori... Meravigliosamente spaccatimpani, ad accumulo sulle musiche crescenti, a formare un nuovo brano di elettronica sperimentale, con relativo video fantascientifico, e via di cieli verdi e desolazione.
Deliziosa la citazione, nel titolo, al terzo capitolo dello Xenomorfo: CULT.
martedì 3 maggio 2011
Recensione: Habemus Papam (2011)
"Cambia, todo cambia": l'annuncio si insinua nell'opulento e pieno vuoto del Vaticano, condotto da quadrature segmentate e opprimenti, senza profondità (di campo).
La tenerezza degli sguardi di un perfetto Michel Piccoli è l'emblema stesso della responsabilità cui viene sottoposto un Uomo da altri uomini, in tutta la sua fragile umanità e nella sua pesante/leggera decisione, il cui dubbio è moto stesso di ulteriori moti, di riscoperta del prima e di cura del poi, di rispetto del dentro e di ricerca del fuori.
Siamo pronti alla responsabilità? Sontuosamente, nella sua impeccabile e costosa ironia, Moretti spariglia e ci fa attendere una guida, ci abbandona a noi stessi, e forse proprio qui sta il coraggio e la presa di coscienza del presente storico: nella visione consapevole del limite apparentemente distante ma che è lì, ad una manciata di voti.
Ammutolita e spiazzata la sala a fine proiezione.
Chi si aspetta un film caustico e blasfemo giri a largo, qui si parla dell'uomo.
Non un capolavoro, ma ce ne fossero...
Letteraturagrafica - "Il Cavallo Pallido" di David B. (1992)
Dalla quarta di copertina:
"I sogni: un campo di battaglia. Qui si aggirano creature da incubo e animali fantastici come il Cavallo pallido, antico simbolo della Morte. Ogni notte David B. attraversa i pericolosi territori dell'inconscio. In questo libro ci regala il suo bottino di guerra: racconti onirici, suggestivi, inquietanti."
Raccolta (prima, seguita poi da "Complotti Notturni") onirica di suggestioni notturne del celebre fumettista francese, che "si mette su carta" ritraendo, con l'inchiostro e con la mano, l'Effimero per eccellenza: il sogno.
Scorre un'inquietante, grottesca e incessante parata di fughe sui tetti, metempsicosi, folle di demoni, buio, nasi oblunghi, animali e luoghi, situazioni e parole, con una straordinaria unità frammentata e riflessiva, come uno specchio rotto su un pavimento.
Il commento dell'autore (?), surreale, narra il già vissuto e il presente che è davanti ai nostri occhi, onnisciente accompagnatore nel Lete bianco e nero delle piene e poche pagine del volume, guidandoci cronologicamente nell'espansione della macchia dell'inconscio ferino.
Delizioso nella sua genuina sincerità, come un fedele blocco che ci aiuta a ricordare, sfizioso nella sua esplosiva fantasia, come una cena a base di blatte e millepiedi, queste piccole gocce ci faranno, se non altro, risvegliare dal candore annoiato del nostro sonno intellettuale.
Veramente piacevolissimo e visivamente bello...
Il commento dell'autore (?), surreale, narra il già vissuto e il presente che è davanti ai nostri occhi, onnisciente accompagnatore nel Lete bianco e nero delle piene e poche pagine del volume, guidandoci cronologicamente nell'espansione della macchia dell'inconscio ferino.
Delizioso nella sua genuina sincerità, come un fedele blocco che ci aiuta a ricordare, sfizioso nella sua esplosiva fantasia, come una cena a base di blatte e millepiedi, queste piccole gocce ci faranno, se non altro, risvegliare dal candore annoiato del nostro sonno intellettuale.
Veramente piacevolissimo e visivamente bello...
sabato 30 aprile 2011
Trailer Capolavoro - The Tree of Life (2011)
Meraviglioso trailer, di una magnificenza visiva da far piangere. Terrence Malick gira il suo quinto film in una carriera iniziata nel 1973 con il cult "La Rabbia Giovane": pochissimi film per quarant'anni.
La trama in breve (tratta da Movieplayer):
Negli anni '50 tre fratelli scoprono il mondo e perdono la loro innocenza a contatto con la perdita e col dolore.
Due splendide locandine del film:
Uscita italiana: 27 maggio.
domenica 17 aprile 2011
Cine? Ma(h)... - Noi tifiamo Napoli, tiè!
Un corto indipendente del 2004 diretto da Vincenzo Cervoni, e che corto: "Forbidden Mansion" (visionabile su Youtube) ha sicuramente plasmato i miei gusti.
Visto sei buoni anni fa e avendomi fatto davvero paura, questo cult personale ha davvero indirizzato i miei gusti orrorifici virandoli in una determinata direzione. Per questo lo ritengo un piccolo capolavoro.
Evidentissimi gli omaggi/richiami, buono il comparto tecnico, ottimo senso della tensione e dello spavento: anche a distanza di anni (e nonostante le innumerevoli visioni), regge il suo impatto emozionale e la sua forza inquietante.
Però c'è una cosa, un piccolo neo, dannazione che cavolo, ma non è un errore suo, è un errore di sistema, di quelli che vi dicono che per far conoscere i vostri corti in giro bisogna essere internazionali, inglesi e merdaccia simile. Dopo trenta secondi si nota la particolarità dei protagonisti: sono meridionali.
Ma meridionali forti, eh. Mica da ridere.
Minuto cinque e qualche secondo, uno dei due chiama l'altro: Jason. JASOOOOON!...
Vabbè, non me ne fotte nulla, rimane una gemma rara.
venerdì 15 aprile 2011
Recensione: Scream 4 - Scre4m (2011)
La nuova decade impone nuove regole e, puntualissimo metronomo, Craven pensa bene di eliminarle (fisicamente) una ad una, attraverso una progressiva maratona di trucchi (s)velati.
Squadra che vince non si cambia: Williamson (ri)scrive la storia di Sidney, ambientandola nella cara Woodsboro, con lo smalto musicale di Marco Beltrami, e, dopo aver ingurgitato quindic'anni di teen-shows (inclusi slasher, of course), ne codifica gli stilemi per poi, con tagliente intelligenza, sbeffeggiarli sogghignando beato.
Wes, complice e ideatore del delitto, spiega con sovversiva sobrietà il "reboot secondo me": gettate le basi di una nuova trilogia, l'azzeramento è pronto e si cela, come sempre, dietro la maschera deformata del passato.
Alcune finezze: da notare come siano presenti attori di serie tv cult per gli adolescenti (OC, Veronica Mars, Heroes); la regia di Craven in completa controtendenza con la produzione attuale; i riferimenti dei protagonisti totalmente (e, ovviamente, con coscienza) futili a Facebook e simili; le frecciatine alla "serialità" di Saw (la saga di Stab...).
Buonissimo film: importante.
lunedì 11 aprile 2011
Recensione: Kick-Ass (2010)
Falliti con l'hobby del costume multicolore: non il solito cinecomix edulcorato, non l'usuale commediola americana dolcificante, a metà strada tra iper-reale, violenza e introspezione, una sorta di "manga" a stelle e strisce in cui sciami di volgarità e sangue investono lo schermo.
Idealmente tripartito in momenti comici, splatter e dramma, indossa benissimo ognuna di queste vesti, garantendo adrenalinico divertimento e gustosi attimi di tregua, nella giusta dose.
Intenti parodici? Lo smascheramento del supereroe è sotto gli occhi di tutti, in diretta web, la dissacrazione del mito è compiuta (ma non portata alle estreme conseguenze) ma l'obiettivo è tutt'altro: verdissimo intrattenimento da sala.
Musica "variegata", ritmo costante, personaggi originali: impossibile annoiarsi.
Eccezionale la scena di Big Daddy che si sbarazza di diversi uomini in un magazzino: sembra girata in un magistrale piano sequenza. E dannatamente straziante (forse involontariamente) il finale.
Buonissimo lavoro.
sabato 9 aprile 2011
Ineditime: Rubber (2010)
Mr. Oizo, a ruota libera, esplode in digressioni sul mezzo/spettacolo del cinema e sull'apporto (implosivo) dell'audience verso il cinema stesso.
Asfissiante l'arido clima che si respira, stemperato da un'intelligente meta-ironia grottesca (e non poteva essere altrimenti) svelata nei primissimi minuti che sciolgono, sotto il sole cocente, ogni nostro interrogativo ed ogni nostra ricerca di significato.
Uomo avvisato, mezzo salvato, "no reason" è la parola d'ordine: recisa la sospensione dell'incredulità, i (o gli) pneumatici hanno poteri "psicocinetici" (mi raccomando) ma il ridicolo (in)volontario non alberga qua, e le inquadrature fisse sono la forma alterata del divertimento da violenza gratuita.
Avvelenati, si rimane a seguire le vicende (ripetute) del copertone, costruendone mentalmente la struttura, mentre il regista francese si prende bellamente gioco della nostra (dis)attenzione, svoltando in tutt'altra direzione: c'è bisogno di dirlo? Originale e furbescamente geniale: sorriso compiaciuto immancabile.
Asfissiante l'arido clima che si respira, stemperato da un'intelligente meta-ironia grottesca (e non poteva essere altrimenti) svelata nei primissimi minuti che sciolgono, sotto il sole cocente, ogni nostro interrogativo ed ogni nostra ricerca di significato.
Uomo avvisato, mezzo salvato, "no reason" è la parola d'ordine: recisa la sospensione dell'incredulità, i (o gli) pneumatici hanno poteri "psicocinetici" (mi raccomando) ma il ridicolo (in)volontario non alberga qua, e le inquadrature fisse sono la forma alterata del divertimento da violenza gratuita.
Avvelenati, si rimane a seguire le vicende (ripetute) del copertone, costruendone mentalmente la struttura, mentre il regista francese si prende bellamente gioco della nostra (dis)attenzione, svoltando in tutt'altra direzione: c'è bisogno di dirlo? Originale e furbescamente geniale: sorriso compiaciuto immancabile.
giovedì 7 aprile 2011
Recensione: Sucker Punch (2011)
"Non sarete preparati" recita la locandina: iperbolico videogioco per nerd dal compiacimento facile, infarcito di riferimenti ludici e desaturato (letteralmente) da qualsiasi contenuto "alto".
La stucchevole sceneggiatura sembra dire il contrario, ma è eresia: Snyder gioca a fare l'innestatore Nolan, scalando livelli e livelli di oniricità, ma l'encefalogramma rimane piatto. O meglio, non gliene importa nulla: rallentato all'inverosimile, si crogiola nello scintillante sfarzo del green-back e della post-produzione, e lì penetra, abbracciato e accerchiato, nell'immersivo iper-mondo virtuale, creazione (di)storta di un Freud sotto adrenalina (in endovena).
Suicidio economico multiplayer: Larry Fong, mano destra, ne accentua i tratti fumettosi (qualcuno ha detto "300"?), Tyler Bates, in un delirio compositivo, seleziona una soundtrack all'insegna dell'abuso d'effetto, William Hoy, piacevolmente, esagera.
La mano (guantata) del Maestro dello slow-motion è (pre)potente, e la masturbazione cinefila (con tanto di ragazzette in abiti succinti, bazooka e mostri giganti) è dietro al sipario: per nerd incalliti, spregiudicati e orgogliosi. E seguaci delle superbe vacuità kitsch (d'azione), di plastica grigia adorabilmente luccicante.
Tra cui il sottoscritto che, per inciso, l'ha adorato.
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